Summertime!
Una chiosa necessaria all'intervento dell'altroieri.
Qualcuno, magari, potrebbe pensare che io stia esagerando quando dico di essere eccezionalmente sfortunato - facciamo finta che sia una questione di sfortuna - in amore. Per fugare ogni vostro dubbio su questo punto, ricorrerò alla ferrea obiettività del metodo scientifico: la scienza che chiamo in mio aiuto, nel dettaglio, è la statistica.
Dal momento che, stando al calendario, l'estate è cominciata da tre giorni, parliamone. Io, francamente, non amo molto l'estate; a dire il vero vorrei amarla, ma è lei che fa di tutto per sfuggirmi. Non a caso "estate", al contrario di "autunno" e "inverno", è femminile.
Comunque, parlando d'estate si parla, per forza di cose, delle vacanze: io ho trascorso quasi tutte le ferie estive degli ultimi tredici anni in vari villaggi turistici della Penisola. No, non condivido il pregiudizio snob - radicalchic che vede nel villaggio turistico un monumento allo svago più artefatto e sintetico: io so con certezza che i villaggi turistici sono posti dove ci si diverte, e molto, a patto di avere alle spalle la giusta compagnia. Certo, con la compagnia giusta ci si diverte in qualsiasi luogo al mondo; ma in un villaggio turistico si rischia di divertirsi dieci volte tanto.
Perché nei villaggi turistici, scusate l'espressione gergale, si cucca.
Anche volendo sorvolare sulle occasioni offerte dalle attività organizzate - non avete idea di quante ragazze si conoscano ai corsi di salsa, in senso danzereccio e non gastronomico - è proprio la struttura dei villaggi a a favorire gli approcci. Ci si ritrova in un ambiente circoscritto nel quale, per numerosi che siano gli ospiti, circolano sempre le stesse persone; la convivenza forzata porta inevitabilmente a socializzare, con le conseguenze del caso.
In un villaggio turistico, e scusate ancora l'espressione gergale, cuccare è più facile che in qualsiasi altra struttura della galassia, eccetto forse gli harem. Chiunque, in un villaggio turistico, prima o poi cucca. E' matematico.
A proposito di matematica, numeri e affini, torniamo alla statistica di cui sopra. Chiunque abbia anche solo vaghe cognizioni in materia, saprà trarre le necessarie conclusioni se dico che io, in tredici anni di villaggi turistici, non ho mai cuccato neanche una volta.
Anzi, una volta sì, ora che ci penso.
Correva l'anno 1994, avevo diciannove anni ed ero fresco di diploma. Molti, dopo essersi lasciati alle spalle il fardello dell'esame di maturità, celebrano la fine del liceo con viaggi all'estero; ma non io. Le mie - comunque modeste - aspirazioni da viaggiatore erano, allora come oggi, frustrate dalla mancanza di adeguati compagni di viaggio: i miei amici erano, e sono, difficilissimi da smuovere, riunire, organizzare. Perciò, dopo aver scartato l'affascinante ma impraticabile idea di salpare da solo verso mete imprecisate, mi accodai di malavoglia ai programmi vacanzieri dei miei genitori.
Forse non l'avrei fatto tanto di malavoglia, se avessi saputo cosa m'aspettava.
La meta prescelta dai miei vecchi era un villaggio turistico ligure. Siete mai stati in un villaggio turistico del Sud Italia, uno di quelli classici, con i bungalow e gli animatori? Ecco, i villaggi turistici della Liguria sono una cosa completamente diversa. Sono concepiti non come impianti chiusi e omnicomprensivi, ma solo come posti dove mangiare e trascorrere la notte; ci si aspetta che gli ospiti vadano a cercare tutto il resto all'esterno. Quindi gli alloggi non sono semplici bungalow, ma autentiche villette con tutti i comfort; in compenso non c'è nient'altro, nè campi sportivi, nè ritrovi, nè negozi.
E neanche il mare.
Esatto, quel villaggio turistico nel quale passai le vacanze del 1994 era sperduto nell'entroterra ligure. Per reperire qualsiasi genere di prima necessità, o anche solo per andare in spiaggia, io e i miei eravamo costretti a raggiungere l'avamposto civile più vicino, ossia la ridente cittadina di Ceriale. Passavamo le giornate a combattere contro l'apocalittico traffico cerialese - Ceriale è una specie di Gehenna degli automobilisti, altro che Milano - e di sera, quando non ci fermavamo in paese, tornavamo nel nostro remoto eremo a girarci i pollici.
Mi stavo proprio girando i pollici quando, verso la fine della prima settimana di permanenza, mi capitò davanti al naso N.E., laddove N. sta per l'iniziale del suo nome e E. - se siete svegli ci sarete già arrivati ma, ehi, cosa ci fate qui se siete svegli? - sta per l'iniziale del suo cognome.
Adesso non saprei dirvi se fosse bella come credo io, o se sembrasse bella in contrasto con le sue tre amichette, che proprio bellissime non erano. In casi come questi il giudizio delle persone, ma soprattutto il mio, è quasi sempre inficiato da quel difetto congenito della razza umana per cui quel che ci è caro finisce sempre con l'apparirci differente da com'è davvero.
Anyway, l'importante è che ai miei occhi N.E. risultò fin da subito come la creatura di sesso femminile più desiderabile nel raggio di chilometri. Era irrilevante il fatto che nel raggio di chilometri le creature di sesso femminile fossero in prevalenza bambine di undici - dodici anni, vetuste villeggianti sovrappeso e cagnette. Di N.E. mi invaghii a prima vista come un ragazzino; d'altronde, cavoli,
ero un ragazzino.
N.E. e le sue tre dimenticabili amiche, finite non si sa come a passare le ferie in quel villaggio fantasma, avevano ben diciassette anni e provenivano da una zona molto, molto rurale del Nord Italia. Ad attirarmi, non lo nego, era anche l'idea di avere a che fare con una persona dal retroterra tanto lontano dal mio; già allora ero conscio di quanto fosse - e sia - ostico espugnare le ragazze di città, quindi perché non tentare la fortuna con le campagnole? Sapete, all'epoca mi illudevo che i miei problemi con le donne dipendessero dalle donne, e non da me.
Ma se mi aspettavo che le fanciulle d'ascendenza agreste fossero più avvicinabili e malleabili delle loro colleghe cittadine, ero destinato a una cocente delusione. Non escludo l'esistenza di liete eccezioni, ma l'esperienza mi ha insegnato che il luogo comune secondo il quale la gente di campagna sarebbe chiusa e sospettosa verso il prossimo non è solo un luogo comune. E non prendetela come una critica, eh! Anzi, io penso che, in linea di massima, il prossimo si meriti di essere trattato con sospetto. La gente di campagna - scarpe grosse e cervello fino, tanto per restare in tema di luoghi comuni - è assolutamente dalla parte della ragione. Così, però, non si favoriscono certo gli abbordaggi delle ragazze di campagna.
N.E. e le sue amiche erano ossi durissimi; al confronto la signorina Rottenmeyer sembrava
Heidi. Alla lunga, tuttavia, il mio assedio diede i suoi frutti; un pò grazie alla mia capacità quasi soprannaturale nel guadagnarmi la fiducia delle donne - si veda lo scorso intervento, a questo riguardo - ma soprattutto perché, oltre alle quattro bucoliche fanciulle, io ero l'unico essere umano con più di quindici e meno di trent'anni dentro i confini del villaggio. In altre parole, per quanto mi riguarda fu come sparare a un bersaglio fisso da una distanza di un metro e mezzo; non potevo sbagliare. Sono come i panda, riesco ad accoppiarmi solo quando mi trovo nelle condizioni più favorevoli in assoluto.
Alla fine, dunque, N.E. e le sue selvatiche amiche, almeno in parte, si sciolsero. "Si sciolsero" significa che accettarono di intavolare un dialogo col sottoscritto; "accettarono di intavolare un dialogo col sottoscritto" significa che, quando volevano comunicare con me, eleggevano una portavoce - mai N.E. - che veniva da me e parlava a nome di tutto il gruppo. A me andava bene così, l'importante era aver gettato un ponte tra me e la bella N.E., per la quale andavo vieppiù spasimando. Peccato che lei continuasse a manifestare nei miei confronti la più algida indifferenza. Io, ufficialmente, la ripagavo con la stessa moneta, ma nell'intimo mi torcevo a causa di quell'amore non ricambiato; sì, sono uno al quale basta poco.
Venne il 10 agosto, notte di San Lorenzo, da sempre dedicata alla pesca delle stelle cadenti. Io e le mie nuove pseudoamiche, in assenza di una vera spiaggia, stendemmo le stuoie sull'asfalto e ci sdraiammo a guardare il cielo, che nella miglior tradizione ligure era occultato da un sipario di nuvole. Confesso di aver trascorso notti di San Lorenzo più gradevoli.
Ad un tratto, una delle ragazze che componevano il seguito di N.E. - per l'esattezza quella che rivestiva il ruolo chiave di Migliore Amica - mi chiamò da parte. Mi rivelò d'aver intuìto la mia attrazione verso N.E., lasciandomi sgomento: ero sicuro di aver dissimulato il mio debole per lei fin nei dettagli. Lezione Numero Uno: le donne, anche le più sprovvedute, leggono nel pensiero. Davanti a quell'accusa diretta non potei che ammettere la mia colpa; al che la Migliore Amica, col tono compreso che di norma si usa in caso di condoglianze, mi consigliò vivamente di togliermi N.E. dalla testa. Disse che N.E. era già innamorata da anni del Bellone del suo paese, e che io avevo tante probabilità di vincere il confronto quante ne ha
E.T. di battere
Terminator a braccio di ferro. Non utilizzò, com'è ovvio, proprio queste parole; fu molto, molto meno diplomatica.
Ci sono uomini che, quando vogliono qualcosa, puntano dritti allo scopo ignorando muraglie, porte chiuse, dinieghi. Io non sono tra quelli: basta una qualsiasi paletta con scritto ALT per convincermi a cambiare strada. Ve l'ho scritto l'altroieri, no? Nel mio sangue circola poco testosterone. Presi il monito della Migliore Amica come il proverbiale oro colato e mi rassegnai a inserire N.E. nella mia raccolta di amori infelici & inespressi, che già allora era ricca e variegata. Non avevo ancora imparato la Regola Numero Due: le Migliori Amiche sono una razza infida e codarda, alla quale è bene non prestare orecchio.
L'ora del distacco si avvicinava a grandi passi, ormai era imminente il momento in cui N.E. e compagne avrebbero fatto ritorno nelle loro serafiche lande pastorali, mentre io mi sarei dovuto sorbire un'altra settimana nel
Villaggio dei Dannati. La prospettiva del distacco m'intristiva fino a un certo punto: se proprio N.E. non mi riteneva alla sua altezza, se proprio doveva preferirmi un qualunque bifolco col forcone - anche se con quel disprezzabile bifolco col forcone avrei fatto cambio all'istante - tanto valeva che se ne andasse e che non ci vedessimo più. Sono un tipo molto determinato, quando si tratta di arrendersi.
L'ultima sera, dopo un frettoloso brindisi d'addio, accompagnai N.E. e la sua cricca nell'ultimo viaggio fino al loro alloggio, luogo deputato all'estremo saluto. All'improvviso, mentre il corteo procedeva silente sul sentiero, mi accorsi che le amiche di N.E., a una a una, si stavano staccando dal gruppo per sparire ai nostri lati. Regola Numero Tre: i branchi di donne ragionano e si muovono in modo molto simile agli stormi di volatili.
Rimasi solo con N.E., sulla soglia della sua villetta, e fu chiaro che non era avvenuto per caso, ma per sua precisa volontà. Regola Numero Quattro: le donne sono più imprevedibili del tempo atmosferico.
Non accadde niente di torbido, ci scambiammo solo un bacetto, e dei più casti. Ma per me fu come aver fatto sesso tutta la notte; sul piano dell'impegno fisico - non sono un Ercole - ma anche e soprattutto a livello di appagamento. A diciannove anni ero in vacanza con i miei genitori in una località di mare senza mare, ma per un istante mi sentii la persona più squallidamente normale dell'universo. Una sensazione meravigliosa.
Era la mezzanotte tra giovedì 11 e venerdì 12 agosto 1994. E non è che io sia ossessionato dal ricordo, eh.
Il giorno dopo N.E. e la sua coorte partirono. Rimasi solo, ma mica m'importava: trascorsi la settimana seguente perso nello strascico estatico di quell'unico bacetto. Camminavo sulle nuvole, a malapena mi rendevo conto della realtà circostante. Proprio io, che allora ancor più di oggi ero un fiero nemico delle storie a distanza, mi ritrovavo a pianificare frequenti trasferte campagnole. Senza l'ombra della parvenza di un accenno di dubbio, fu il periodo più felice della mia vita sentimentale.
La settimana successiva tornai a casa e scoprii, attraverso la solita Migliore Amica, dopo anni di innamoramento unilaterale N.E. era finalmente riuscita a fidanzarsi col Bellone del paese. Regola Numero Cinque: sulle cose molto belle c'è la data di scadenza.
Adesso ci starebbe bene un epilogo del tipo "Da quel giorno non rividi più N.E.", ma vi ho promesso che su queste pagine troverete solo la verità, quindi che così sia. Sembra che N.E., malgrado tutto, abbia finito con l'affezionarsi a me; la cosa, considerando la sua modesta attitudine alla socialità, mi lusinga due volte tanto. Abbiamo continuato a sentirci regolarmente, benché di rado; in un paio di occasioni - l'ultima è recentissima - sono perfino andato a trovarla. Abita in un posto incantevole, una cascina immersa del verde, con tanto di trattore parcheggiato in cortile e contorno di galline razzolanti; il tipo di posto dove io, bestia di città, mi impiccherei al primo tramonto. Lei, dopo quasi dieci anni, è ancora fidanzata col Bellone del paese - donne, fatemi innamorare: troverete l'uomo della vostra vita entro una settimana, garantito al 100% - ma si lamenta perché lui si rifiuta ancora di parlare di matrimonio. Ah, se solo nelle mie tasche ci fosse qualche soldo in più.
Comunque, questa è stata l'unica, vera love story estiva che abbia mai vissuto.
Finora, almeno. Malgrado la statistica, io sono ottimista.
di Dottor D. | 24/06/2003