21/10/2003

La Verità Definitiva Sugli Uomini e Sulle Donne

Qualcuno, forse, leggendo la storia di C.D.T. potrebbe chiedersi se io non abbia omesso qualche dettaglio chiave della vicenda, qualche elemento utile a spiegare l'altrimenti inspiegabile metamorfosi della ragazza. Giuro su quanto ho di più caro al mondo - cioé la mia collezione di Playboy d'annata - di aver raccontato la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità; la scomparsa di C.D.T. fu proprio repentina e inattesa come ho descritto. Ma il fatto che quest'improvviso cambio di fronte non abbia avuto una causa razionale non significa che non abbia avuto una causa. La condotta di C.D.T., apparentemente illogica, acquista senso alla luce della peculiare condizione dell'afforese:
la condizione femminile.
Spesso si sente dire che la comprensione dei processi mentali di una donna, soprattutto per quel che riguarda l'ambito sentimentale, sarebbe oltre la portata dell'ingegno maschile. Balle oscurantiste, luoghi comuni retrogradi! Oggigiorno, dopo secoli trascorsi a cronometrare due di picche e a dissezionare cadaveri di relazioni, la moderna femminologia è in grado di determinare con buona approssimazione le meccaniche dell'encefalo donnesco. Orsù, salite a bordo del minisommergibile esplorativo del Dottor D. - batterie non incluse - e preparatevi a un viaggio allucinante nel cervello dell'uomo e in quello della donna; un viaggio volto a rivelarvi, finalmente, le vere differenze che separano le due specie.
Fidatevi, ne uscirete migliori.

L'Uomo.

Gli uomini sono creature grezze e superficiali; la loro visione della vita è semplice, pressoché schematica. Per un uomo esistono solo due categorie di donne:

1 - quelle che gli piacciono, e che di conseguenza si vorrebbe fare;

2 - quelle che non gli piacciono, cioé quelle che, di norma, si fa quando scopre che quelle che gli piacciono non ci stanno.

E' ovvio che questa generalizzazione, come tutte le generalizzazioni, nasconde sotto di sé una selva di sfumature e di finezze. L'uomo, benché grezzo e superficiale, non è una bestia: anche lui ha i suoi gusti e le sue preferenze. Nella categoria di quelle che gli piacciono ci sono donne che sposerebbe e donne con le quali vorrebbe cavalcare una sola notte; allo stesso modo, nella categoria di quelle che non gli piacciono ci sono donne che lo ripugnano e donne che lo lasciano indifferente. Ma quando una donna gli piace, un uomo come minimo vorrebbe farsela. E' matematico.

La Donna.

Le donne non sono grezze e superficiali; le donne sono superficiali in maniera molto più complicata. Per una donna esistono non due, ma tre categorie di uomini:

1 - quelli che le piacciono, in genere una sparuta minoranza;

2 - la massa di quelli che non le piacciono, individui della cui esistenza la donna è a malapena conscia, nella migliore delle ipotesi;

3 - quelli che io amo indicare come cicisbei.

Dal punto di vista della donna, un cicisbeo è un individuo che ha affrontato il test d'ammissione per entrare nella categoria di quelli che le piacciono, ma è stato respinto. Già il fatto di essere stato preso in considerazione per accedere alla cerchia degli eletti, tuttavia, costituisce un elemento di merito; per questo il cicisbeo, agli occhi della donna, non appartiene comunque alla nutrita schiera degli ignorabili. Quella del cicisbeo è un'infelice posizione limbica: con lui la donna è disposta a flirtare, anche pesantemente, ma non ad arrivare al dunque. Il cicisbeo è un maschio che le piace, ma non abbastanza da combinarci qualcosa.
Questo, of course, non ha alcun significato nella prospettiva dell'uomo. Per gli uomini non esiste il non abbastanza: se a un uomo piace una donna, come abbiamo visto, se la vuole fare. Non è detto che voglia impalmarla, ma almeno vuole farsela. Pertanto l'uomo, come tutti gli esseri primitivi davanti a ciò che non comprendono, resta disorientato quando gli capita di imbattersi in una donna che gli invia segnali positivi, ma si ritrae al momento di concretizzare. Quel che per le donne è perfettamente naturale, per gli uomini è inconcepibile: ne conseguono incomprensioni, sofferenze e liti.
A volte, non si sa se per ipocrisia o ingenuità, le donne chiamano i cicisbei "amici."
Per domani, da pagina quarantadue a pagina novanta del manuale.
di Dottor D. at 23:19:17 8 Commenti

13/10/2003

Afforismi

A causa di una lunga malattia - fortunatamente non mia, ma del mio ex disastrato PC - unita a un acuto attacco di un'altra patologia, non meno grave della suddetta e identificabile con il nome scientifico di "voglia di non fare una mazza", sono stato costretto a rimanere lontano da queste pagine per circa tre mesi. Adesso, però, sono tornato: potete smetterla di sniffare bloggucci all'acqua di rose, e ricominciare a iniettarvi in vena la roba del Dottor D.!

Riassunto delle puntate precedenti: sulle assolate coste pugliesi un ragazzo incontra una ragazza, il ragazzo si innamora della ragazza, il ragazzo viene messo fuori gioco da un incidente alla Final Destination proprio quando sta per dichiararsi alla ragazza. Insomma, una storia d'amore come mille altre. E come mille altre storie d'amore, malgrado l'inizio scoppiettante, è destinata a concludersi in modo assai squallido.
A proposito di squallore: chi risiede a Milano e dintorni sa a cosa mi riferisco quando parlo di Affori. Liquidare Affori come un quartiere periferico a nord del capoluogo lombardo sarebbe parziale e ingeneroso. Affori, in realtà, è un posto nel quale si potrebbe girare l'ennesimo capitolo della saga postatomica di Mad Max senza spendere un centesimo in scenografie: fossili d'automobile incrostati di ruggine, palazzoni industriali dalle orbite cieche, binari di tram preistorici abbandonati da millenni contribuiscono a rendere unico e suggestivo il paesaggio di questa pittoresca frazione, ultimo baluardo meneghino prima della brumosa tundra padana. Come Parigi dà il suo meglio in primavera, così Affori tocca l'apice del fascino nelle notti d'inverno, quando la leggendaria nebbia milanese cala sui suoi stradoni semideserti, e torme di lupi metropolitani inseguono ululando il Cinquantadue Barrato. Ma l'Affori Boulevard non manca di stupire anche in estate: è sempre un piacere passeggiare tra le sue carcasse metalliche arroventate dal solleone.
E' proprio nell'Affori di fine estate, tra le salubri esalazioni dell'asfalto fuso, che prosegue la nostra storia.
Personalmente, adoro Affori. Sarà che nutro una perversa e masochistica passione per il degrado urbano - per me la fermata del metrò di Villa Fiorita, sulla Linea Due, è più bella della Nike di Samotracia - o sarà che a Affori viveva, e vive, la tanto bramata C.D.T., colei per la quale all'epoca di questa vicenda stravedevo. D'altronde la stessa C.D.T. era, ed è, una creatura dall'avvenenza controversa, picassesca, un pò postmoderna: niente di più adatto a lei, quindi, di una residenza a Affori.
Dopo il mio ritorno a Milano, al rientro dalla fatale vacanza garganica, per qualche giorno mi astenni dal contattarla. A trattenermi, oltre alla mia deleteria propensione ai tentennamenti, furono le condizioni del mio occhio destro in seguito all'incidente di Peschici: non volevo che C.D.T. mi vedesse ridotto come Sylvester Stallone alla fine di Rocky IV. Aspettai, quindi, che la mia arcata sopraccigliare tumefatta si riassorbisse prima di aprire le metaforiche danze.
Non appena ebbi recuperato il mio solito aspetto - un miglioramento modesto, ne convengo - andai a trovare C.D.T. nella sua dimora afforese. Non l'avevo avvertità del mio arrivo e lei, poco amante delle sorprese, rimase alquanto disorientata dalla mia apparizione; ma nel contempo mi parve che fosse contenta di rivedermi. Di più: ebbi la netta sensazione che l'affinità tra di noi, già germogliata in sede balneare, stesse cominciando a sviluppare solide radici. Perfino i suoi difetti si incastravano alla perfezione con i miei: era intelligente ma superficiale, sensibile ma fatua, spiritosa ma suscettibile. Non accadde nulla, non ci fu neanche l'ombra di mezzo bacetto, ma quando uscii da quella casa trasudavo entusiasmo. Fluttuando a una certa distanza dal marciapiede percorsi l'asse via Pellegrino Rossi - via Imbonati, spina dorsale di Affori; ero tentato di mettermi a ballare con gli spacciatori agli angoli di strada, come Bjork in quel famoso video. Le auto - dormitorio dei barboni sfolgoravano al sole come monumenti bronzei all'allegria, i cartelli stradali ammaccati si inchinavano reverenti al mio passaggio. Se scrivo che ero tanto contento, tanto carico, tanto pieno d'energie da percorrere a piedi il tragitto tra Affori e casa mia, che si trova dalle parti di Lambrate, solo i milanesi DOC capiranno davvero cosa intendo.
Fu l'incipit della storia d'amore più platonica dai tempi di Platone. Tutto si poteva dire di C.D.T., tranne che non fosse precisa: ci vedevamo esattamente un weekend su due, ci sentivamo al telefono ogni domenica sera alle otto e lei, con esattezza svizzera, mi scriveva un'E-mail ogni due giorni. In effetti la nostra frequentazione si svolse soprattutto in forma di carteggio: una cosa d'altri tempi, se solo al posto della penna e del calamaio non ci fossero stati degli impulsi elettronici. Nei suoi messaggi, sovente chilometrici, C.D.T. mi rovesciava addosso i dettagli della sua esistenza di studentessa universitaria; io rispondevo - se capitava che non rispondessi, ma era raro, C.D.T. s'infuriava - vezzeggiandola in modo più o meno spudorato. Lei apprezzava esplicitamente i miei sforzi e, di volta in volta, mi esortava in maniera neanche tanto velata a rincarare la dose; quando poi uscivamo insieme, sempre su sua richiesta, era matematico che il mattino successivo avrei ricevuto un "grazie, sono stata tanto bene" via SMS o posta elettronica.
Insomma, forse io tendo a peccare d'eccessivo ottimismo, ma i segnali positivi c'erano tutti. Certo, magari la fase della concretizzazione del risultato tardava a sopraggiungere, ma confidavo nel fatto che fosse solo una questione di tempo. Una ragazza non ti fa gli occhi dolci se poi non ha intenzione di concludere, no? Ah, ero proprio il campione del mondo di ingenuità.
Un giorno C.D.T. sparì.
Lo so, è una svolta narrativa un pò brusca; d'altronde questa è una storia vera, quindi imperfetta. Non ci fu alcuna litigata, non feci neanche in tempo a provarci: all'improvviso, senza apparente ragione, C.D.T. decise che di me non voleva più neanche sentir parlare. Non rispondeva alle E-mail, ignorava gli SMS, si faceva addirittura negare quando le telefonavo a casa; così, di punto in bianco, come si suol dire. Provai a interpellare sull'argomento G.P., che se ben ricordate era l'amica alcolista di C.D.T., ma nel nome della solidarietà femminile ricevetti solo risposte fumose e poco convincenti.
Il periodo che seguì - e con la parola "periodo" intendo nientepopodimeno che un intero semestre - fu il contrario di felice, per me. Un celebre adagio assicura che il tempo è in grado di lenire ogni ferita, ma non precisa quanto ce ne voglia; nell'arco di sei mesi, durante i quali non ebbi più alcun contatto con C.D.T., la mia malinconica ansia da abbandono non scese mai sotto il livello di guardia. Oggi, peraltro, non so se sarei ancora capace di soffrire per una donna con tanta pervicacia e professionalità. Forse sono diventato più freddo, o più furbo.
Ad affliggermi, in particolare, era il pensiero che C.D.T. fosse fuggita a causa di qualche mio errore strategico: per qualcosa che avevo detto, o fatto, o non detto, o non fatto. Avrò ripercorso mentalmente le fasi della nostra storia mai nata un fantastiliardo di volte, in cerca di una causa scatenante che potesse spiegare la subitanea ripulsa di C.D.T. nei miei confronti. Gli innamorati respinti commettono spesso l'errore di credere che dietro alle scelte dell'oggetto dei loro desideri ci siano delle meccaniche razionali. In realtà, come insegna il mito omonimo, Amore e Psiche possono convivere solo finché rimangono l'uno all'oscuro dell'altro.
Forse vorreste che questa storia avesse un finale, magari anche triste, ma comunque all'altezza del suo svolgimento. Ma, ribadisco, è una storia vera; dunque, zoppa. In breve, trascorsi i sei mesi di sofferenze, accadde che io e C.D.T. ci rivedessimo e ricominciassimo a comunicare. I miei sentimenti nei suoi confronti erano immutati, e sembrava che anche per lei non fosse cambiato nulla; anzi, non menzionò mai la nostra rottura e le relative cause, nè io ebbi il coraggio di interrogarla su quel punto. Semplicemente riprendemmo a scriverci, telefonarci e vederci come sei mesi prima; cioè con l'assiduità e i toni di una coppia, ma senza le relative gratifiche di natura erotico - sentimentale. Alla fine, esasperato, feci quello che fanno gli sfigati in situazioni come queste: le mandai una lettera.
Non un'E-mail, eh! Una lettera vera, di quelle che si spediscono infilandole nelle cassette della posta. A scriverla ci impiegai tre giorni, ma il concetto di fondo era "quando sono con te, la vita mi sembra sensata." Vi sembra comico? Anche a me. Allora, però, m'era parso di essere soltanto sincero.
Lei, da ragazza moderna qual è, replicò via posta elettronica. Una riga: "Per me sei solo un amico." Seguirono altri mesi di silenzio radio e di pene wertheriane; poi l'ennesimo, ambiguo riavvicinamento tra me e C.D.T. Indi, un mattino, mi alzai dal letto e realizzai che, per quanto mi riguardava, C.D.T. era diventata una tra le tante. L'amore, prima o poi, finisce; perfino quello non ricambiato.
Fine della storia.
Benché la conclusione della vicenda di C.D.T. risalga a poco più d'un annetto fa, mi appare già lontana nei secoli. E' una stranezza, ma anche una fortuna, che cose e persone in grado di sconvolgerci la vita vengano poi dimenticate con tanta facilità, quando il flusso degli eventi le travolge. Per C.D.T., ormai, non riesco neanche a provare rancore; e questo, cavoli, un pò mi dispiace. Un amore, specie se unilaterale, dovrebbe ricevere degna sepoltura nella rabbia e nell'odio, invece di avvizzire e spegnersi come un novantenne in ospizio.
Ma questo, d'altronde, è l'Affori style.
di Dottor D. at 01:30:47 24 Commenti