30/06/2003
I Dolori del Giovane Server
Qualcuno di voi lettori - quanti siete? Due? Tre? Esagero? - potrebbe pensare che la disavventura con E.B. abbia avuto l'effetto di rendermi sospettoso nei confronti della gente conosciuta in Rete. Falso, falsissimo: per chi mi avete preso, per una di quelle noiose persone che imparano dai loro errori?Non che conoscere gente in Rete, di per sè, sia un'attività poco salutare, come invece vorrebbe il più allarmista dei luoghi comuni. Bazzico chat e forum telematici da più di un lustro, intreccio rapporti più o meno duraturi con altri utenti internettiani da altrettanto tempo e finora il fatidico serial killer in cerca di vittime via Internet non m'è ancora capitato. Anzi, in parecchie occasioni devo ammettere che gli individui saltati fuori dalla Rete si sono dimostrati straordinariamente in gamba; almeno un paio di loro sono entrati a far parte in pianta stabile del mio parco amicizie, e ce ne sono molti di più che frequenterei assai volentieri, se non ci fosse di mezzo la geografia. Tanto per citare un film che va forte in questo periodo, a volte ho la sensazione che la Rete raccolga tutta la meglio gioventù del nostro paese.
Ma qualora decidiate di cercare l'amore via modem, state attenti. State molto, molto attenti.
Intendiamoci, a questo mondo tutto è possibile. Conosco anche coppie felici nate grazie a una connessione galeotta; coppie che magari s'accingono a convolare a giuste nozze, e devono il fausto incontro a qualche fatidico chattaggio, o al newsgroup del destino. Ma per quanto mi dice la mia esperienza personale - che, me ne rendo conto, potrebbe non essere affatto significativa -trovare l'anima gemella online è un'eventualità piuttosto improbabile.
Molto più probabile, quindi, di trovare l'anima gemella nella realtà.
Per quelli come me, sentimentalmente parlando, la Rete è una manna. Tempo fa s'era parlato di un sistema che consentisse di trasmettere via Internet gli odori, ma poi non se ne fece niente; per fortuna. Ve l'ho detto, no? Il mio corpo non produce testosterone, e le donne se ne accorgono all'olfatto. Non è un caso che le mie quotazioni salgano vertiginosamente in Rete, dove - almeno per il momento, e speriamo a lungo - gli odori non si sentono. In effetti, se ripenso agli ultimi anni, mi rendo conto che la quasi totalità delle mie vicende amorose ha avuto origine dietro lo schermo del PC; non saprei dirvi se sia un bene o un male. Di certo so che nessuna di esse è stata una storia a lieto fine.
Vi ho promesso che su queste pagine mi atterrò in modo rigoroso alla verità, tutta la verità, nient'altro che la verità; ma non vi ho mai promesso che vi avrei raccontato tutto. In particolare preferisco sorvolare su quel che riguarda il presente, non foss'altro che per completezza; quando racconto una storia preferisco conoscerne già la conclusione. Lascerò quindi un alone di mistero - non simulate distacco, vi sento bruciare di curiosità fin da qui, cari due o tre lettori - sui miei cyberinnamoramenti in corso; parliamo, piuttosto, del passato prossimo.
Parliamone.
Nel novero delle mie conquiste telematiche - wow, detto così sembra che siano migliaia - merita almeno una menzione M.V., incrociata proprio tra i meandri della Rete. Lei abitava, e abita, a notevole distanza da Milano, roba da quattro ore di treno; in occasione di una sua trasferta lombarda la ospitai a casa mia e, insomma, si sa cosa succede a mettere la paglia troppo vicino al fuoco, perfino se il fuoco sono io. Durante il nostro primo incontro ci limitammo alle reciproche esplorazioni orali, peraltro frenate, perché M.V. era rosa dai sensi di colpa in quanto non single. Figuratevi la mia sorpresa quando mi rivelò che il mio rivale in amore era una rivale: M.V. era, ed è, una di quelle persone alle quali piace saltellare ora su una sponda, ora sull'altra.
In seguito M.V. decise di lasciarsi alle spalle la sua - mi fa ancora impressione scriverlo - fidanzata, o forse si lasciò alle spalle solo i sensi di colpa, o entrambe le cose; non che per me facesse qualche differenza. Compatibilmente con le quattro ore di treno di cui sopra, iniziammo a vederci con relativa frequenza: per motivi logistici - carenza di alcove disponibili, soprattutto - eravamo costretti a limitarci alle succitate esplorazioni orali, ma bisogna ammettere che M.V. faceva il possibile per rendere la cosa interessante. Avevo l'impressione - magari assurda, per carità - che fosse molto più attratta dal mio corpo fisico che da me, e questo mi esaltava da morire. Per la prima - unica? - volta nella mia vita mi sentivo trattato da uomo oggetto: una sensazione fantasmagorica, checchè se ne dica.
Ma le cose belle, purtroppo, non durano mai, e neanche io duro granché: fu questo a causare la fine del sodalizio tra me e M.V. Quando finalmente, dopo mesi di pomiciate in luoghi pubblici, riuscimmo ad appartarci e ad azzardare una puntata nel territorio del sesso completo, sorsero - diciamo così - dei problemi tecnici. Per ricorrere a una sottile metafora cinematografica, non ci fu verso di far decollare la trama; e questo malgrado l'innegabile impegno dell'attrice principale. Dai, cosa vi aspettate da uno che non produce testosterone?
Da quel giorno M.V. - che in precedenza si era sperticata in dichiarazioni d'amore quasi imbarazzanti - sparì nel nulla; dev'essere questa la famosa sensibilità delle donne. E dev'essere questo il motivo per cui la gente preferisce essere apprezzata più per il proprio carattere che per il proprio aspetto.
Okkey, si stava discutendo di storie internettiane, e in questa storia Internet c'entrava proprio poco, era giusto uno spunto iniziale. Ma mi è successo anche di vivere una love story - non ridete, per favore - interamente in Rete, dal principio all'epilogo, senza che io e lei arrivassimo mai a incontrarci; al massimo, qualche telefonata. Più di qualche, a dire il vero.
Non c'è molto da raccontare perché fu una relazione abbastanza classica, fin dagli esordi; un ragazzo e una ragazza si incontrano in piazza - una piazza virtuale, in questo caso - e prendono a frequentarsi. I primi tempi è un gioco, una cosa scherzosa; poi diventa scherzosamente romantica; poi uno dei due - in questo caso lei - confessa all'altro, magari per lettera - in questo caso una mail - che quella cosa scherzosamente romantica è diventata romanticamente seria; seguono tentennamenti, frasi non dette, attriti, incomprensioni; quindi la rovina, il distacco definitivo, la freddezza reciproca, l'odio eterno. Una storia come mille, insomma. L'unica anomalia è che, per l'appunto, tutto si è svolto via cavo: molto futuristico, molto postmoderno. Non ho mai neanche visto la sua faccia: s'è sempre rifiutata di spedirmi una fotografia, e la distanza abissale che ci separava - altro che quattro ore di treno - ci ha impedito di superare la soglia della virtualità.
Vi sembra una vicenda grottesca?
L'aspetto più grottesco, secondo me, è che di molte mie ex fidanzate - di tutte, a dire il vero - non m'importa neanche se sono vive o morte. Mentre capita, e non di rado, che di questa persona della quale non conosco le fattezze, di questa persona che per me non è mai stata niente di più di una voce al telefono e di un flusso di dati, di questa persona capita che io senta la mancanza.
di Dottor D. at 23:47:41
15 Commenti
28/06/2003
La Ragazza di Belzebube
Se siete impressionabili, se siete gente che si spaventa con facilità, vi avviso: smettete di leggere. Quella che sto per raccontare, infatti, è una storia dell'orrore, con tutti i crismi del genere: una furiosa tempesta, un giovane ignaro, una casa che nasconde un terribile segreto. La solita sbobba gotica, direte voi: ma questo non è un racconto di fantasia.E' una storia vera.
Qualora non vi manchi il coraggio, vi invito a proseguire; ma, attenzione!, lo fate a vostro rischio e pericolo, incauti mortali!
Maggio del 2000.
Lo so, maggio non è il mese più adatto a una storia del terrore; d'altronde, ve l'ho detto, questa è vita vissuta, e la vita vissuta non è mica puntuale e precisa come i film. Magari lo fosse.
Dunque era il maggio del 2000, e io stavo svolgendo il mio sofferto Servizio Civile, un argomento sul quale in futuro dovremo tornare. Nel tempo libero sfogavo le ricche frustrazioni accumulate agli ordini dello Stato evadendo sul pianeta chat, un hobby che ha segnato quasi tutta la mia vita recente; anche su questo argomento, in futuro, dovremo tornare. Comunque; fu proprio in chat che ebbi la ventura - sventura? - di incrociare uno degli esemplari femminili più bizzarri che abbia mai incontrato. Si chiamava E.B., laddove E. è l'iniziale del suo nome, e B. sta per Boh, perché il cognome non me lo ricordo.
Fin dai nostri primi contatti telematici, E.B. si era distinta per quell'eccesso di estroversione tipico di chi non ha tutte le rotelle a posto. Dopo qualche giorno di intenso carteggio informatico, si spinse addirittura a telefonarmi a casa: nel fatto in sè non ci sarebbe nulla di strano, se si esclude il dettaglio che io non le avevo mai dato il mio numero di telefono! Era risalita ai miei dati, come scoprii poi, attraverso alcuni indizi che le avevo involontariamente fornito in sede di chat. Superato un comprensibile stupore inizale, non fui affatto infastidito da quell'intrusione nella mia privacy; anzi, tanto interesse nei miei confronti mi lusingava. Ingenuo come sono, non subodorai i potenziali sviluppi di quel comportamento anomalo; e dire che Attrazione Fatale l'ho visto almeno dieci volte.
E.B. sembrava bramosa di spiccare il balzo dal virtuale al reale, e io non avevo motivo per tirarmi indietro, perciò fissammo un appuntamento. Piacevole sorpresa: E.B. era - ed è, mi auguro - una ragazza assai graziosa, per di più - scusate la notazione non proprio signorile - dotata di un avantreno pettorale straordinariamente sviluppato. Inoltre, gaudio e giubilo, sembrava manifestare una certa simpatia nei miei confronti; a grande - sua - richiesta uscimmo insieme anche la sera successiva, mentre il terzo giorno, mio compleanno, ricevetti la bellezza di undici E-mail d'auguri, tutte sue. A quel punto perfino io, benché ingenuo, cominciai a domandarmi quale fosse l'inevitabile fregatura nascosta dietro a tanta fortuna; del resto non ho visto dieci volte Attrazione Fatale per niente.
Passato il mio compleanno, E.B. salpò per una crociera in compagnia del parentado, e non ci vedemmo nè sentimmo per una settimana. Al suo ritorno ci incontrammo nel luogo che aveva visto nascere i nostri primi palpiti: la chat.
Bentornata, le dissi, quando ci vediamo? Venerdì sera va bene? Andiamo al cinema?
Il cinema, classico luogo da approcci superficiali, mi pareva la sede più adatta per consentire al nostro nascente rapporto di evolversi dal flirt implicito al petting. Ma lei - non riesco a tenere il ritmo delle ragazze d'oggi - era già avanti di parecchie lunghezze.
Venerdì sera va bene, mi disse, ma niente cinema. Vieni a casa mia, che non ci sono i miei.
Perbacco, pensai, che ragazza esplicita. Ok, non furono proprio questi i termini che mi vennero in mente, ma insomma.
Però, precisò lei, bada che in casa mia vedrai cose che ti faranno venir voglia di fare domande, molte domande. Tu passa e taci, non chiedere nulla, non devi sapere. E' per il tuo bene. D'accordo?
Mi lasciò con queste enigmatiche raccomandazioni. Era mercoledì, quindi a venerdì mancavano - ditelo voi; esatto - due giorni; furono due dei giorni più lunghi della mia vita. Le parole misteriose di E.B. avrebbero suscitato dubbi e preoccupazioni in chiunque, figuriamoci nel campione del mondo di impressionabilità, che nel dettaglio sono io. Raccontai tutto ai miei amici, che a seconda della maggiore o minore propensione ai voli fantastici si divisero in tre scuole di pensiero.
1) La famiglia di E.B. tiene in casa qualcosa di illegale, tipo merce rubata, o schiavi minorenni. Consiglio: fattela, e se arriva la polizia dì che non ne sapevi nulla.
2) E.B. fa parte di una setta satanica, e ha la casa piena di teste di caprone mozzate e crocefissi rovesciati. E' plausibile che ti chieda di accoppiarsi con lei sopra un altare sconsacrato cosparso di feci umane; chissà, magari ti piace. Consiglio: portati un oggetto contundente, nel caso che provi a sacrificarti al dio Baal.
3) Come nelle leggende metropolitane, è una trappola: E.B. funge da esca, appena metti piede in casa ti ritroverai un batuffolo imbevuto di cloroformio premuto contro la faccia. Ti risveglierai in un vicolo con un rene in meno. Consiglio: non ci andare.
Forse, se fossi una persona dotata di buon senso, non ci sarei andato sul serio. Ma siccome la curiosità e, soprattutto, la lussuria sono più potenti della prudenza, decisi di avventurarmi nella dimora del mistero.
Qualche riga più su ho scritto che la vita e il cinema rispondono a regole diverse; devo ammettere, tuttavia, che a volte sembrano camminare di pari passo. La notte in cui mi recai a casa di E.B., giuro!, infuriava un terrificante temporale, con tanto di fulmini vividi che squarciavano il cielo. Ci mancava solo il contorno di ululati lupini, o forse c'era e l'ho rimosso. Non era proprio un clima incoraggiante, ma tirai dritto per la mia strada. La prossima volta che vedrete un film dell'orrore nel quale il protagonista fa qualcosa di palesemente stupido in barba agli evidenti segnali di pericolo, tipo scendere solo e disarmato in quella cantina dalla quale provengono ruggiti animaleschi, beh, ricordatevi di questa storia.
Arrivai, infine, di fronte al portone di E.B.
Suonai il campanello. Fece DRIIIN e non AAARGH: già meglio del previsto.
E.B. venne ad aprire. Ancora, come due giorni prima, mi ritrovai a pensare perbacco, che ragazza esplicita; non proprio in questi termini, ovviamente.
Non era vestita. Non dico che fosse proprio nuda, eh! Ma la roba che aveva addosso - quella vestaglietta da camera e quella specie di babydoll - era troppo trasparente per adattarsi alla definizione di "vestiti". Rientrava più che altro nella categoria "carta da regalo", laddove lei era il regalo incartato e io il destinatario. Dopo aver raccolto i miei bulbi oculari da terra, la fissai incredulo.
Non meravigliatevi se vi dico che, in una situazione del genere, non gioii ma presi seriamente a preoccuparmi. Queste cose non succedono nella realtà, pensai; nel mondo reale non succede che una bella ragazza si presenti seminuda a un tizio che conosce appena. Queste cose succedono solo nei film, per l'esattezza in due categorie di film: i porno e gli horror. Augurandomi di essere finito in un porno, ma temendo di essere in un horror, entrai in casa.
Mi guardai intorno, in cerca delle stranezze che mi erano state preannunciate, ma non notai nulla di anomalo: sembrava un appartamento normalissimo. Unica bizzarria, a voler proprio fare i pignoli: per essere l'abitazione di una famiglia numerosa e benestante, come quella che E.B. dichiarava di avere alle spalle, aveva l'aria di un posto un pò troppo umile e angusto. Ma preferii sorvolare, avevo ben altro su cui concentrarmi.
E.B. disse di aver affittato una videocassetta, ma cominciai a sospettare che fosse solo un pretesto quando scoprii che aveva spostato televisore e videoregistratore in camera da letto. Le mie paure montavano sempre più veloci e numerose: non c'è ragazza sulla faccia della Terra che si conceda in modo così rapido e sfacciato. Doveva esserci dietro qualcosa... Qualcosa di pessimo.
Ci sdraiammo sul lettone matrimoniale e avviammo il videoregistratore. Il film, per inciso, era The Game: la storia di un uomo che viene a trovarsi al centro di un intrigo pazzesco del quale non sono chiari gli scopi e gli organizzatori. Niente di più adatto a quella situazione.
A pochi minuti dall'inizio del film, E.B. disse di avere una cosuccia da fare e si allontanò per un istante. Ecco, pensai, questo è il punto nel quale la vicenda prende la sua svolta horror: adesso lei torna con un'accetta e mi fa a pezzi come una comparsa qualsiasi, senza lasciarmi il tempo di una battuta d'addio. Fortunatamente non accadde nulla di tutto questo: E.B. era solo andata a dare da mangiare al suo cane, nella stanza a fianco. Tornò a sdraiarsi vicino a me, florida e desnuda quanto prima.
A quel punto, decisi che forse non c'erano trappole in vista, forse la Dea dell'Amore mi aveva sorriso per davvero, forse dopotutto quello non era un film horror ma un autentico porno. D'altronde ero nello stesso letto con una bella ragazza in tenuta adamitica, e mi ci aveva invitato lei; non sarò bravissimo a cogliere le finezze e i sottointesi del linguaggio femminile, ma mi sembrava che la fanciulla avesse espresso le sue intenzioni in modo inequivocabile. Perciò feci qualcosa che non rientra decisamente nelle mie abitudini: mi gettai alle spalle gli indugi.
E la baciai.
O almeno ci provai. Lei non oppose resistenza, ma mantenne le labbra ben serrate.
La scrutai con occhi tanto interrogativi che lei dovette rendersi conto della mia confusione senza che io aprissi bocca.
E' ora che ti spieghi alcune cose, mi disse.
E mi spiegò alcune cose.
Mi spiegò che m'aveva mentito; che in quella casa, la cui modestia in effetti non aveva mancato di stupirmi, lei non viveva con i suoi genitori, ma con il suo ragazzo. Disse che non l'amava più da tempo, ma non aveva la forza di lasciarlo; disse che mentre lui era fuori città si era illusa di poterlo tradire - con me, s'intende - ma all'ultimo secondo s'era accorta che le mancava il coraggio.
Fu allora che capii. Quello non era un film horror, e neanche un porno: era un film dei Vanzina, di quelli col marito nerboruto che torna a casa in anticipo e becca la moglie a letto con l'amante, che di norma è Boldi o De Sica, ma in quel caso ero io. Onde evitare simili spiacevolezze, anche considerando che ormai E.B. era chiusa a ogni tentativo di approccio erotico, uscii subito dalla casa dei misteri e non vi feci più ritorno.
Che delusione, però. Credevo che E.B. fosse una sacerdotessa di Satana, o una trafficante d'organi, o un'assassina psicopatica.
E invece era solo una donna.
di Dottor D. at 23:23:36
14 Commenti
26/06/2003
Geografia Umana
Restiamo in tema di vacanze, quindi di viaggi, quindi della vita, quindi di persone, quindi di uomini e di donne. Per una donna - attenti, ardita metafora in arrivo - scegliere un uomo è un pò come trasferirsi in un altro paese: nuove abitudini, nuovi obblighi, nuovi privilegi, nuovi punti di riferimento.Certi uomini sono come la Svizzera. Il luogo comune dice che in Svizzera le strade sono linde come specchi, gli autobus non sgarrano di un secondo, la burocrazia fila alla velocità della luce, il traffico scorre ordinato e il crimine è solo un raro incidente di percorso; si tratta di uno di quei - numerosi - luoghi comuni che corrispondono al vero. Ah, certo, c'è sempre qualcuno che accusa la perfezione svizzera di essere noiosa. Ma è solo un argomento consolatorio per chi crepa d'invidia; in realtà la Svizzera è un paese pieno di posti dove divertirsi, fermenti culturali, infrastrutture sportive. In più ha dei bellissimi paesaggi e, ve lo garantisco, una favolosa programmazione televisiva, con tanti film in prima TV senza interruzioni pubblicitarie. Ammettiamolo: chiunque, non foss'altro che per motivi di tornaconto fiscale, vorrebbe andarsene in Svizzera. Non c'è un singolo motivo per non desiderarlo. E se pensate che non esistano uomini così, vi sbagliate: io stesso potrei presentarvene almeno un paio. Potrei, ma ovviamente sono già fidanzati.
Altri uomini sono come l'Australia. In Australia, sapete, non c'è niente da vedere: niente arte, niente monumenti, niente foreste, niente di niente. La massima attrattiva locale è il deserto; chilometri e chilometri di nulla, per l'appunto, interrotti solo da quel calcolo renale di Godzilla che è l'Ayers Rock. In più, in Australia si mangia da cani; eppure ci vogliono andare tutti. Le vacanze in Australia non passano mai di moda. Se racconti di essere stato in Australia, ci sono elevate probabilità che il tuo interlocutore ti guardi con infinita stima. Sarà che è un posto molto lontano, e quindi esotico. O sarà che l'Ente Turismo Australiano spende una fortuna in pubblicità. Mah.
Per la maggior parte, però, gli uomini sono come la Polonia, o la Svezia, o il Portogallo, o l'Argentina, o l'Irlanda, o il Perù: tutti posti con i loro pro e i loro contro. Hanno spiagge da sogno e/o tasse da incubo e/o vette inarrivabili e/o leggi insostenibili e/o estati lunghe un anno e/o notti lunghe sei mesi. A volte prevalgono i pro, a volte i contro.
Mi hanno raccontato cose assai curiose dell'India, uno dei dieci o quindici posti più belli nei quali non sono mai stato. In India, nella stagione dei monsoni, piove, e mica poco. Anzi, piove così tanto che le conseguenti piene spazzano via ponti, edifici, perfino colline: ciclicamente, la geografia di alcune zone cambia. La popolazione lo sa, e vive con le valigie in mano. Per loro la catastrofe è la norma, a tal punto che non ci fanno più caso. Hanno imparato, come si suol dire, a prenderla con filosofia. Ma per chi arriva da fuori l'impatto può risultare devastante: in India, a ogni angolo di strada, si vedono scene che spingono più d'un turista a chiudersi nello Sheraton e a ripartire dopo due giorni. Ci vuole fegato, e tanto, per trasferirsi in India. Ci vogliono un misticismo di ferro, un totale disprezzo nei confronti dei beni materiali e la volontà assoluta di lasciarsi tutto alle spalle. E non è che la gente del posto non sia amichevole, o che il paese non abbia un suo fascino. Ma si tratta proprio di un altro pianeta.
Ecco, così. Sono così.
di Dottor D. at 00:18:57
3 Commenti
24/06/2003
Summertime!
Una chiosa necessaria all'intervento dell'altroieri.Qualcuno, magari, potrebbe pensare che io stia esagerando quando dico di essere eccezionalmente sfortunato - facciamo finta che sia una questione di sfortuna - in amore. Per fugare ogni vostro dubbio su questo punto, ricorrerò alla ferrea obiettività del metodo scientifico: la scienza che chiamo in mio aiuto, nel dettaglio, è la statistica.
Dal momento che, stando al calendario, l'estate è cominciata da tre giorni, parliamone. Io, francamente, non amo molto l'estate; a dire il vero vorrei amarla, ma è lei che fa di tutto per sfuggirmi. Non a caso "estate", al contrario di "autunno" e "inverno", è femminile.
Comunque, parlando d'estate si parla, per forza di cose, delle vacanze: io ho trascorso quasi tutte le ferie estive degli ultimi tredici anni in vari villaggi turistici della Penisola. No, non condivido il pregiudizio snob - radicalchic che vede nel villaggio turistico un monumento allo svago più artefatto e sintetico: io so con certezza che i villaggi turistici sono posti dove ci si diverte, e molto, a patto di avere alle spalle la giusta compagnia. Certo, con la compagnia giusta ci si diverte in qualsiasi luogo al mondo; ma in un villaggio turistico si rischia di divertirsi dieci volte tanto.
Perché nei villaggi turistici, scusate l'espressione gergale, si cucca.
Anche volendo sorvolare sulle occasioni offerte dalle attività organizzate - non avete idea di quante ragazze si conoscano ai corsi di salsa, in senso danzereccio e non gastronomico - è proprio la struttura dei villaggi a a favorire gli approcci. Ci si ritrova in un ambiente circoscritto nel quale, per numerosi che siano gli ospiti, circolano sempre le stesse persone; la convivenza forzata porta inevitabilmente a socializzare, con le conseguenze del caso.
In un villaggio turistico, e scusate ancora l'espressione gergale, cuccare è più facile che in qualsiasi altra struttura della galassia, eccetto forse gli harem. Chiunque, in un villaggio turistico, prima o poi cucca. E' matematico.
A proposito di matematica, numeri e affini, torniamo alla statistica di cui sopra. Chiunque abbia anche solo vaghe cognizioni in materia, saprà trarre le necessarie conclusioni se dico che io, in tredici anni di villaggi turistici, non ho mai cuccato neanche una volta.
Anzi, una volta sì, ora che ci penso.
Correva l'anno 1994, avevo diciannove anni ed ero fresco di diploma. Molti, dopo essersi lasciati alle spalle il fardello dell'esame di maturità, celebrano la fine del liceo con viaggi all'estero; ma non io. Le mie - comunque modeste - aspirazioni da viaggiatore erano, allora come oggi, frustrate dalla mancanza di adeguati compagni di viaggio: i miei amici erano, e sono, difficilissimi da smuovere, riunire, organizzare. Perciò, dopo aver scartato l'affascinante ma impraticabile idea di salpare da solo verso mete imprecisate, mi accodai di malavoglia ai programmi vacanzieri dei miei genitori.
Forse non l'avrei fatto tanto di malavoglia, se avessi saputo cosa m'aspettava.
La meta prescelta dai miei vecchi era un villaggio turistico ligure. Siete mai stati in un villaggio turistico del Sud Italia, uno di quelli classici, con i bungalow e gli animatori? Ecco, i villaggi turistici della Liguria sono una cosa completamente diversa. Sono concepiti non come impianti chiusi e omnicomprensivi, ma solo come posti dove mangiare e trascorrere la notte; ci si aspetta che gli ospiti vadano a cercare tutto il resto all'esterno. Quindi gli alloggi non sono semplici bungalow, ma autentiche villette con tutti i comfort; in compenso non c'è nient'altro, nè campi sportivi, nè ritrovi, nè negozi.
E neanche il mare.
Esatto, quel villaggio turistico nel quale passai le vacanze del 1994 era sperduto nell'entroterra ligure. Per reperire qualsiasi genere di prima necessità, o anche solo per andare in spiaggia, io e i miei eravamo costretti a raggiungere l'avamposto civile più vicino, ossia la ridente cittadina di Ceriale. Passavamo le giornate a combattere contro l'apocalittico traffico cerialese - Ceriale è una specie di Gehenna degli automobilisti, altro che Milano - e di sera, quando non ci fermavamo in paese, tornavamo nel nostro remoto eremo a girarci i pollici.
Mi stavo proprio girando i pollici quando, verso la fine della prima settimana di permanenza, mi capitò davanti al naso N.E., laddove N. sta per l'iniziale del suo nome e E. - se siete svegli ci sarete già arrivati ma, ehi, cosa ci fate qui se siete svegli? - sta per l'iniziale del suo cognome.
Adesso non saprei dirvi se fosse bella come credo io, o se sembrasse bella in contrasto con le sue tre amichette, che proprio bellissime non erano. In casi come questi il giudizio delle persone, ma soprattutto il mio, è quasi sempre inficiato da quel difetto congenito della razza umana per cui quel che ci è caro finisce sempre con l'apparirci differente da com'è davvero.
Anyway, l'importante è che ai miei occhi N.E. risultò fin da subito come la creatura di sesso femminile più desiderabile nel raggio di chilometri. Era irrilevante il fatto che nel raggio di chilometri le creature di sesso femminile fossero in prevalenza bambine di undici - dodici anni, vetuste villeggianti sovrappeso e cagnette. Di N.E. mi invaghii a prima vista come un ragazzino; d'altronde, cavoli, ero un ragazzino.
N.E. e le sue tre dimenticabili amiche, finite non si sa come a passare le ferie in quel villaggio fantasma, avevano ben diciassette anni e provenivano da una zona molto, molto rurale del Nord Italia. Ad attirarmi, non lo nego, era anche l'idea di avere a che fare con una persona dal retroterra tanto lontano dal mio; già allora ero conscio di quanto fosse - e sia - ostico espugnare le ragazze di città, quindi perché non tentare la fortuna con le campagnole? Sapete, all'epoca mi illudevo che i miei problemi con le donne dipendessero dalle donne, e non da me.
Ma se mi aspettavo che le fanciulle d'ascendenza agreste fossero più avvicinabili e malleabili delle loro colleghe cittadine, ero destinato a una cocente delusione. Non escludo l'esistenza di liete eccezioni, ma l'esperienza mi ha insegnato che il luogo comune secondo il quale la gente di campagna sarebbe chiusa e sospettosa verso il prossimo non è solo un luogo comune. E non prendetela come una critica, eh! Anzi, io penso che, in linea di massima, il prossimo si meriti di essere trattato con sospetto. La gente di campagna - scarpe grosse e cervello fino, tanto per restare in tema di luoghi comuni - è assolutamente dalla parte della ragione. Così, però, non si favoriscono certo gli abbordaggi delle ragazze di campagna.
N.E. e le sue amiche erano ossi durissimi; al confronto la signorina Rottenmeyer sembrava Heidi. Alla lunga, tuttavia, il mio assedio diede i suoi frutti; un pò grazie alla mia capacità quasi soprannaturale nel guadagnarmi la fiducia delle donne - si veda lo scorso intervento, a questo riguardo - ma soprattutto perché, oltre alle quattro bucoliche fanciulle, io ero l'unico essere umano con più di quindici e meno di trent'anni dentro i confini del villaggio. In altre parole, per quanto mi riguarda fu come sparare a un bersaglio fisso da una distanza di un metro e mezzo; non potevo sbagliare. Sono come i panda, riesco ad accoppiarmi solo quando mi trovo nelle condizioni più favorevoli in assoluto.
Alla fine, dunque, N.E. e le sue selvatiche amiche, almeno in parte, si sciolsero. "Si sciolsero" significa che accettarono di intavolare un dialogo col sottoscritto; "accettarono di intavolare un dialogo col sottoscritto" significa che, quando volevano comunicare con me, eleggevano una portavoce - mai N.E. - che veniva da me e parlava a nome di tutto il gruppo. A me andava bene così, l'importante era aver gettato un ponte tra me e la bella N.E., per la quale andavo vieppiù spasimando. Peccato che lei continuasse a manifestare nei miei confronti la più algida indifferenza. Io, ufficialmente, la ripagavo con la stessa moneta, ma nell'intimo mi torcevo a causa di quell'amore non ricambiato; sì, sono uno al quale basta poco.
Venne il 10 agosto, notte di San Lorenzo, da sempre dedicata alla pesca delle stelle cadenti. Io e le mie nuove pseudoamiche, in assenza di una vera spiaggia, stendemmo le stuoie sull'asfalto e ci sdraiammo a guardare il cielo, che nella miglior tradizione ligure era occultato da un sipario di nuvole. Confesso di aver trascorso notti di San Lorenzo più gradevoli.
Ad un tratto, una delle ragazze che componevano il seguito di N.E. - per l'esattezza quella che rivestiva il ruolo chiave di Migliore Amica - mi chiamò da parte. Mi rivelò d'aver intuìto la mia attrazione verso N.E., lasciandomi sgomento: ero sicuro di aver dissimulato il mio debole per lei fin nei dettagli. Lezione Numero Uno: le donne, anche le più sprovvedute, leggono nel pensiero. Davanti a quell'accusa diretta non potei che ammettere la mia colpa; al che la Migliore Amica, col tono compreso che di norma si usa in caso di condoglianze, mi consigliò vivamente di togliermi N.E. dalla testa. Disse che N.E. era già innamorata da anni del Bellone del suo paese, e che io avevo tante probabilità di vincere il confronto quante ne ha E.T. di battere Terminator a braccio di ferro. Non utilizzò, com'è ovvio, proprio queste parole; fu molto, molto meno diplomatica.
Ci sono uomini che, quando vogliono qualcosa, puntano dritti allo scopo ignorando muraglie, porte chiuse, dinieghi. Io non sono tra quelli: basta una qualsiasi paletta con scritto ALT per convincermi a cambiare strada. Ve l'ho scritto l'altroieri, no? Nel mio sangue circola poco testosterone. Presi il monito della Migliore Amica come il proverbiale oro colato e mi rassegnai a inserire N.E. nella mia raccolta di amori infelici & inespressi, che già allora era ricca e variegata. Non avevo ancora imparato la Regola Numero Due: le Migliori Amiche sono una razza infida e codarda, alla quale è bene non prestare orecchio.
L'ora del distacco si avvicinava a grandi passi, ormai era imminente il momento in cui N.E. e compagne avrebbero fatto ritorno nelle loro serafiche lande pastorali, mentre io mi sarei dovuto sorbire un'altra settimana nel Villaggio dei Dannati. La prospettiva del distacco m'intristiva fino a un certo punto: se proprio N.E. non mi riteneva alla sua altezza, se proprio doveva preferirmi un qualunque bifolco col forcone - anche se con quel disprezzabile bifolco col forcone avrei fatto cambio all'istante - tanto valeva che se ne andasse e che non ci vedessimo più. Sono un tipo molto determinato, quando si tratta di arrendersi.
L'ultima sera, dopo un frettoloso brindisi d'addio, accompagnai N.E. e la sua cricca nell'ultimo viaggio fino al loro alloggio, luogo deputato all'estremo saluto. All'improvviso, mentre il corteo procedeva silente sul sentiero, mi accorsi che le amiche di N.E., a una a una, si stavano staccando dal gruppo per sparire ai nostri lati. Regola Numero Tre: i branchi di donne ragionano e si muovono in modo molto simile agli stormi di volatili.
Rimasi solo con N.E., sulla soglia della sua villetta, e fu chiaro che non era avvenuto per caso, ma per sua precisa volontà. Regola Numero Quattro: le donne sono più imprevedibili del tempo atmosferico.
Non accadde niente di torbido, ci scambiammo solo un bacetto, e dei più casti. Ma per me fu come aver fatto sesso tutta la notte; sul piano dell'impegno fisico - non sono un Ercole - ma anche e soprattutto a livello di appagamento. A diciannove anni ero in vacanza con i miei genitori in una località di mare senza mare, ma per un istante mi sentii la persona più squallidamente normale dell'universo. Una sensazione meravigliosa.
Era la mezzanotte tra giovedì 11 e venerdì 12 agosto 1994. E non è che io sia ossessionato dal ricordo, eh.
Il giorno dopo N.E. e la sua coorte partirono. Rimasi solo, ma mica m'importava: trascorsi la settimana seguente perso nello strascico estatico di quell'unico bacetto. Camminavo sulle nuvole, a malapena mi rendevo conto della realtà circostante. Proprio io, che allora ancor più di oggi ero un fiero nemico delle storie a distanza, mi ritrovavo a pianificare frequenti trasferte campagnole. Senza l'ombra della parvenza di un accenno di dubbio, fu il periodo più felice della mia vita sentimentale.
La settimana successiva tornai a casa e scoprii, attraverso la solita Migliore Amica, dopo anni di innamoramento unilaterale N.E. era finalmente riuscita a fidanzarsi col Bellone del paese. Regola Numero Cinque: sulle cose molto belle c'è la data di scadenza.
Adesso ci starebbe bene un epilogo del tipo "Da quel giorno non rividi più N.E.", ma vi ho promesso che su queste pagine troverete solo la verità, quindi che così sia. Sembra che N.E., malgrado tutto, abbia finito con l'affezionarsi a me; la cosa, considerando la sua modesta attitudine alla socialità, mi lusinga due volte tanto. Abbiamo continuato a sentirci regolarmente, benché di rado; in un paio di occasioni - l'ultima è recentissima - sono perfino andato a trovarla. Abita in un posto incantevole, una cascina immersa del verde, con tanto di trattore parcheggiato in cortile e contorno di galline razzolanti; il tipo di posto dove io, bestia di città, mi impiccherei al primo tramonto. Lei, dopo quasi dieci anni, è ancora fidanzata col Bellone del paese - donne, fatemi innamorare: troverete l'uomo della vostra vita entro una settimana, garantito al 100% - ma si lamenta perché lui si rifiuta ancora di parlare di matrimonio. Ah, se solo nelle mie tasche ci fosse qualche soldo in più.
Comunque, questa è stata l'unica, vera love story estiva che abbia mai vissuto.
Finora, almeno. Malgrado la statistica, io sono ottimista.
di Dottor D. at 15:41:04
5 Commenti
22/06/2003
La Diseducazione Sentimentale
I genitori - in buona fede, per carità - raccontano un sacco di balle ai loro figli. Ai bambini che hanno paura del buio, ad esempio, dicono che i mostri non esistono. I bambini ci credono, poi crescono, e scoprono in modo traumatico che la verità è un'altra.Anche i miei genitori - sempre in buona fede, per carità - mi hanno raccontato un sacco di balle. Una volta, quand'ero bambino - cioè, un po’ più bambino di adesso - mi hanno portato a Gardaland. Era estate, avevo sete, sono entrato in bagno a bere da un rubinetto. L'acqua era ferrosa: un saporaccio, di quelli che rimangono in bocca e sembra che non se ne vadano mai. Ma i miei mi hanno assicurato che, col tempo, se ne sarebbe andato.
E invece.
Le balle più grosse - ancora, per carità, in buona fede - sono quelle che mi ha raccontato mia madre sulle donne.
Sentite questa.
Ho una cugina che, fino a quando non ha scoperto le gioie della monogamia, è stata un'accanita discotecara. Il tipo di ragazza che, per intenderci, a diciott'anni usciva di casa tutti i sabati sera per rientrare a mezzogiorno dell'indomani.
Non abbiamo mai avuto molto in comune.
Prima di raggiungere la maggiore età, questa mia cugina si limitava alle domeniche pomeriggio in discoteca, com'era - e forse è ancora, non sono informato - usanza comune tra i teenager. Occasionalmente, in ossequio al nostro legame di sangue, la cuginetta s'azzardava a portarmi con sè. In genere, a cinque minuti dal nostro ingresso nel locale, lei e le sue amiche si imboscavano a limonare con qualche tamarro agghiacciante; io vagavo da solo nel buio della sala per le due ore successive.
A dirla tutta, non è che mi divertissi tanto.
In una di queste imbarazzanti occasioni - avrò avuto quattordici anni - mi capitò di vincere alla lotteria; fuor di metafora, mentre mi aggiravo solitario come un Amleto stroboscopico - o, a scelta, come un povero pirla - fui abbordato da una sconosciuta. Era una tamarrina supertruccata con un look tra lo sconcio e il ridicolo; una di quelle coattelle di periferia che io, da fine ginnasiale qual ero, ufficialmente guardavo con sufficienza, ma che in realtà mi sognavo la notte. Probabile che mi avesse abbordato non spinta da sincera attrazione, ma soltanto perché io e lei, nel perimetro della discoteca, eravamo tra i pochissimi non ancora impegnati in attività slinguacciatorie; a guardarsi intorno, in effetti, sembrava di essere sul set di un Eyes Wide Shut ante litteram per minorenni, con il sottoscritto nel ruolo di un Tom Cruise sfigato e mentecatto.
Comunque, quali che fossero le sue ragioni, la tamarretta m'abbordò. In certi ambienti e in certe situazioni le parole - purtroppo - non servono; la maranzoide puntò dritta su di me, si avvicinò oltre la soglia del potenziale equivoco e si produsse in una serie di movenze che, almeno in teoria, avrebbero dovuto essere seducenti.
Adesso, magari, vorreste sapere cosa feci io.
Beh, non feci niente.
Tale fu lo shock, tale fu l'emozione per quell'evento anomalo, per quella pesca miracolosa, per quell'inaspettata fortuna piovuta dal cielo che rimasi immobile, fermo sul posto, a fissare con occhi increduli la ninfetta lisergica. Potrei giustificarmi scrivendo che ero molto giovane e molto, molto inesperto, ma so che sarebbe una falsa giustificazione. L'unica e sacrosanta verità è che sono e sono sempre stato un tipo molto, molto, molto lento, mentre le occasioni della vita corrono più veloci di Road Runner.
Perfino la più sfacciata e esplicita delle tamarrucole pretende, giustamente, che il partner manifesti un minimo di iniziativa. Dal momento che dopo alcune decine di secondi non m'ero ancora deciso a estroflettere i tentacoli, la mia aspirante limonatrice decise - altrettanto giustamente - che non valeva la pena di insistere. Ergo veleggiò verso lidi più soddisfacenti e mi lasciò alla mia solitudine di Amleto stroboscopico o, a scelta, di povero pirla.
Tornai a casa col cranio trivellato dal rimpianto per l'opportunità perduta, una sensazione che negli anni a venire sarebbe tornata a farmi visita spesso. Mia madre mi strappò al nodo scorsoio raccontandomi che sì, stavolta era andata male, ma chissà quante altre chance simili avrei avuto nel corso della mia vita.
Sono tornato in discoteca migliaia di volte da allora, fortunatamente senza mia cugina e non di pomeriggio; non m’è mai più successo niente di simile. L'ennesima balla da genitori; in buona fede, s'intende.
Fu sempre mia madre a raccontarmi un'altra balla a tema, un annetto dopo. Davanti alle mie evidenti difficoltà nell'interagire col sesso debole, la mamma mi assicurò che alla mia età era normale avere problemi con le ragazze, e che le cose sarebbero cambiate in meglio quando fossi diventato grande.
Ho compiuto ventotto anni da un mese e un giorno, ma delle donne non so ancora niente.
O quasi.
Non ho mai avuto un gran successo in amore. Credo che abbia a che fare con la chimica del mio sangue; una serie di indizi comportamentali mi porta a sospettare che il mio fisico produca meno testosterone del dovuto. Le donne, a naso, queste cose le percepiscono.
L'aspetto positivo - se così vogliamo definirlo - di questa mia disfunzione chimica è che le femmine hanno la singolare - e un po’ umiliante - tendenza a considerarmi come una di loro. Mi lasciano entrare senza resistenze nelle loro cerchie esclusive, mi consentono di assistere ai loro riti segreti e se ci provo - quando ci provo - reagiscono come se fosse un'assurdità. Se il paragone non rischiasse di risultare offensivo, direi che in un certo senso io sto alle donne come Dian Fossey stava ai gorilla.
Penso, paradossalmente, che il mio ruolo di osservatore esterno mi abbia fruttato una competenza in materia muliebre superiore a quella di molti uomini. D'altronde si dice che o ami le donne o le capisci; a me piacerebbe amarle, ma loro insistono perché le capisca.
E mica sempre ci riesco. Anzi.
Su queste pagine troverete aneddoti, considerazioni, liberi flussi di coscienza riguardanti il rapporto tra chi scrive e l'altra metà del cielo, nella speranza che tutto questo possa risultare interessante o addirittura utile per qualcuno. Siccome io non sono né vostro padre né vostra madre, qui non troverete balle, né in buona né in cattiva fede, ma solo storie vere.
Che non significa necessariamente verosimili.
di Dottor D. at 12:56:51
8 Commenti